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Le parole che non abbiamo (e quelle che usiamo senza saperlo)

09-04-2026 15:06

Sandro De Angelis

Psicologia, Psicoterapia,

Cosa succede quando non abbiamo le parole per descrivere in nostro malessere?

Le parole che non abbiamo (e quelle che usiamo senza saperlo)

"Non lo so, dottore. Sto strano."

È una delle frasi che sento più spesso al primo incontro, e per molto tempo l'ho considerata un inizio faticoso. Oggi la considero un inizio esatto. Quella persona non sta girando intorno al problema: sta descrivendo con precisione la sola cosa che le è accessibile, cioè una sensazione senza nome.

Il vocabolario per dire il proprio dolore non ci viene dato alla nascita. Si impara, come tutto il resto, e si impara da qualcuno.

Una storia che circola male

Ogni tanto rimbalza online una versione affascinante e sbagliata di questa idea: gli haitiani si suiciderebbero moltissimo perché nella loro lingua mancano le parole per dire la sofferenza psichica. È falso già nei numeri, visto che il tasso di suicidio ad Haiti si colloca intorno o al di sotto della media mondiale. Ma la ricerca vera, dietro alla leggenda, dice qualcosa di più utile.

Studiando la mental health haitiana, i ricercatori hanno trovato che il lessico disponibile per la malattia mentale ruotava quasi tutto intorno a un termine, fou: la follia, quella che gli psichiatri associano alle psicosi. Sopra c'era la follia. Sotto, il nulla lessicale. Tutta la zona intermedia della sofferenza umana, quella in cui vive la stragrande maggioranza delle persone che soffrono, non aveva un nome riconosciuto come clinico.

Solo che le persone, ovviamente, parlavano lo stesso. Usavano espressioni proprie: reflechi twòp, "pensare troppo". Kè sere, "il cuore stretto". Espressioni che nessun manuale diagnostico contemplava e che nessun questionario tradotto dall'inglese andava a cercare.

Quando i ricercatori sono andati a vedere cosa c'era dentro il "pensare troppo", hanno scoperto che non era affatto un modo di dire vago: chi lo riferiva aveva punteggi più alti nelle scale della depressione e dell'ansia e una probabilità circa otto volte maggiore di avere pensieri suicidari. Le parole c'erano. Erano ad altissimo valore predittivo. Semplicemente non erano quelle che i professionisti erano addestrati ad ascoltare.

È stato necessario costruire uno strumento di screening a partire dalle espressioni locali, invece di importarne uno e tradurlo. Detto altrimenti: non è stato il paziente a dover imparare la lingua del clinico. È stato il clinico a dover imparare la lingua del paziente.

La stessa cosa, in italiano

Non serve andare ai Caraibi. Le nostre parole per il dolore psichico sono quasi tutte prese in prestito da altrove.

Sono stanco. Ho un peso sullo stomaco. Sono nervoso. Ho la testa che scoppia. Non ho voglia di niente. Sono sotto stress. Penso troppo.

Sono frasi che diciamo dal corpo o dalla prestazione, quasi mai dall'emozione. È il motivo per cui una parte enorme della sofferenza psicologica arriva prima dal medico di famiglia che dallo psicologo, e ci arriva travestita: insonnia, colon irritabile, cefalea, stanchezza che non passa con il riposo. Non è simulazione né ignoranza. È l'unico dizionario che abbiamo ricevuto.

E c'è un'ironia in tutto questo: mentre da una parte manca il lessico, dall'altra ne circola in eccesso uno adottato di seconda mano. Oggi molte persone arrivano dicendo "ho un trauma", "sono in burnout", "lui è un narcisista". Termini precisi, presi da un vocabolario tecnico diffuso dai social, che spesso non descrivono affatto quello che quella persona sente: la nominano prima di averla sentita. Anche questo è un modo di non avere parole. Solo più sofisticato.

Da dove vengono le parole per sentire

Le emozioni si imparano a riconoscere da bambini, e le impariamo perché qualcuno le nomina al posto nostro finché non sappiamo farlo da soli. "Ti sei spaventato." "Sei arrabbiato perché ti sembra ingiusto." "Ti manca la nonna."

Se questo lavoro di traduzione non è stato fatto, o è stato fatto poco, si cresce lo stesso. Si cresce sentendo, ma senza sapere cosa si sente. La clinica ha un nome per la forma più marcata di questa difficoltà, l'alessitimia, cioè letteralmente l'assenza di parole per le emozioni: chi ne ha tratti importanti descrive benissimo i fatti e i sintomi fisici, e va in difficoltà appena gli si chiede come si sentiva. Non è mancanza di sensibilità. È una carenza di alfabeto.

Poi c'è il caso in cui le parole ci sarebbero, ma non sono ammesse. Chi lavora nella cura lo conosce bene: un infermiere, un medico, un OSS, un familiare che assiste da anni non è che non sappia dire "non ce la faccio più". Sa dirlo perfettamente. Ha solo imparato che quella frase, nel suo contesto, si paga. E allora dice che è stanco, che ha bisogno di ferie, che è un periodo. Non manca il vocabolario: manca il permesso.

Perché questo riguarda la terapia

Se hai letto fin qui pensando "ecco, io sarei proprio quello che non sa spiegarsi", ho una buona notizia che è anche il punto di tutto l'articolo.

Non devi arrivare con le parole già pronte. Costruirle è il lavoro, non il requisito d'accesso.

Una parte consistente di quello che facciamo insieme, nelle prime sedute, è esattamente un lavoro di traduzione: prendere "sto strano" e passare qualche mese a scoprire che quello strano era rabbia che non potevi permetterti, oppure lutto mai riconosciuto come tale, oppure paura di una scelta che rimandi da anni. Dare un nome preciso a una cosa non è un vezzo intellettuale: cambia quello che puoi farne. Su una sensazione informe non si può agire. Su "ho paura di deludere mio padre" sì.

E c'è un secondo motivo, meno intimo e più pratico. Le parole che usi per la tua sofferenza sono anche quelle con cui la sofferenza verrà o non verrà riconosciuta dagli altri: dal medico che hai davanti, dal capo a cui chiedi un cambio turno, dalla persona con cui vivi. Trovare le tue parole è anche un modo di rendere visibile qualcosa che finora, semplicemente, non lo era.

Nessuno può darti dall'esterno il momento giusto per cominciare a cercarle. Ma se stai leggendo un articolo sul non riuscire a dire cosa senti, una parte del lavoro l'hai già cominciata.

Scrivimi per un primo incontro — in studio a Trofarello, a Torino o online. Non serve che tu sappia già cosa dire.

Se mentre leggevi hai riconosciuto pensieri che riguardano la tua sicurezza o la tua vita, parlarne con qualcuno è possibile subito: puoi rivolgerti al tuo medico, a un servizio di ascolto telefonico o, in caso di urgenza, al numero unico di emergenza 112.

Riferimenti Kaiser B.N. et al., Reflechi twòp — Thinking Too Much: Description of a Cultural Syndrome in Haiti's Central Plateau, Culture, Medicine and Psychiatry, 2014. Rasmussen A. et al., Development and Validation of a Haitian Creole Screening Instrument for Depression, Transcultural Psychiatry, 2015. Nichter M., Idioms of Distress, Culture, Medicine and Psychiatry, 1981. Sifneos P.E., lavori sull'alessitimia, 1972-1973.

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